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La scienza svela i segreti dei tatuaggi secolari

12.01.2026
Una ricerca multidisciplinare svela la chimica, le tradizioni culturali e le storie personali che si celano dietro rari frammenti di pelle tatuata risalenti al XIX secolo, mettendo in luce un aspetto unico della storia italiana
Dai nostri campus

Un progetto di ricerca innovativo, sostenuto dal Consorzio europeo di infrastrutture di ricerca CERIC-ERIC, ha gettato nuova luce su uno dei capitoli più insoliti e poco conosciuti della storia umana: come cioè la pelle veniva tatuata – e poi conservata – secoli fa.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Heritage Science, combina storia, chimica, antropologia e scienze della conservazione per comprendere e proteggere meglio i rari frammenti di pelle tatuata, molti dei quali risalenti a oltre un secolo fa, conservati nella storica Collezione delle Cere Anatomiche “Luigi Cattaneo” dell’Università di Bologna. La ricerca, che ha coinvolto un team multidisciplinare di CERIC-ERIC, dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), di Elettra Sincrotrone Trieste, dell’Università di Bologna, dell’Università di Roma “Tor Vergata” e del Centro Internazionale di Fisica Teorica Abdus Salam (ICTP), offre una finestra unica sui tatuaggi del passato, sulle tradizioni culturali dietro a queste pratiche e sui modi in cui i musei un tempo raccoglievano e studiavano il corpo umano.

Il tatuaggio è una pratica antica, diffusa in tutte le culture e in tutte le epoche: dalla mummia tatuata di “Ötzi”, risalente a 5.000 anni fa e rinvenuta sulle Alpi, ai pellegrini cristiani medievali che segnavano i propri corpi come segno di fede. Ma accanto a questa ricca storia si cela un’usanza più oscura: la collezione di frammenti di pelle umana tatuata da parte dei primi scienziati, criminologi e musei, in particolare durante il XIX secolo. A quel tempo, i tatuaggi erano infatti erroneamente considerati segni di criminalità o di comportamento deviante, idee promosse da figure allora influenti ma ormai screditate, come il criminologo italiano Cesare Lombroso. Ciò ha fatto sì che frammenti di pelle tatuata venissero conservati nei musei e negli istituti di ricerca di tutta Europa.

I reperti studiati in questa ricerca rappresentano la tradizione e lo stile dei Tatuaggi Lauretani, una pratica devozionale limitata geograficamente all’Italia centrale e intimamente legata ai pellegrinaggi alla Santa Casa di Loreto, un importante santuario cattolico nelle Marche.

“Questi tatuaggi – spiega Monia Vadrucci, ricercatrice dell’ASI e prima autrice dello studio – rivelano storie intime di persone che hanno vissuto nell’Italia centrale tra la fine del XVIII e l’inizio del XX secolo. I soggetti religiosi – Madonne di Loreto, ostensori, Sacri Cuori – testimoniano i pellegrinaggi compiuti al Santuario della Santa Casa, un viaggio che per i contadini e le persone di umili origini rappresentava un’impresa difficile, spesso compiuta a piedi attraverso la campagna. La data “1881” incisa accanto a una Madonna, ad esempio, immortala non solo l’anno del pellegrinaggio, ma probabilmente un momento cruciale nella vita di quella persona: una grazia ricevuta, una promessa mantenuta o un atto di ringraziamento”.

Il tatuaggio, eseguito con rudimentali strumenti di ferro a tre punte, diventava così un voto permanente, un legame fisico con il divino impresso sulla pelle – principalmente sui polsi – che richiamava le stimmate di Cristo e di San Francesco. Accanto ai simboli sacri, emergono anche tatuaggi profani ed erotici, testimonianza di una cultura popolare che mescolava, senza apparenti contraddizioni, devozione e carnalità. “Le differenze osservate tra i campioni, che suggeriscono individui di età diverse – aggiunge Stefano Ratti, professore di Anatomia Umana all’Università di Bologna ed esperto scientifico della Collezione delle Cere Anatomiche “Luigi Cattaneo” – indicano che queste persone hanno portato i loro tatuaggi per tutta la vita, segni indelebili di momenti che hanno definito la loro identità spirituale e sociale in un’epoca in cui il corpo stesso diventava un libro della memoria”.

I frammenti di pelle tatuata sono stati ritrovati solo di recente nei depositi del museo. Poiché esistono poche testimonianze documentali sulle loro origini, i ricercatori hanno colto l’occasione per studiarli con metodi di indagine moderni e non invasivi, in grado di proteggere questi reperti estremamente fragili e allo stesso tempo di svelarne i segreti: “Attraverso analisi spettroscopiche avanzate condotte presso Elettra Sincrotrone Trieste – spiega Chiaramaria Stani, ex ricercatrice di CERIC e ora scienziata presso Elettra – abbiamo identificato pigmenti tradizionali come il carbonio vegetale per i tatuaggi neri, pigmenti naturali di terra per i marroni e una miscela di cinabro e minio per i rossi. Ma abbiamo anche scoperto tracce di composti di zinco e calce, che potrebbero suggerire l’utilizzo di antichi metodi di conservazione museale. Questo approccio multidisciplinare ci permette quindi di documentare una pratica culturale quasi estinta e di sviluppare protocolli di conservazione specifici per questi materiali unici”.

Questa ricerca offre preziose informazioni sulle dimensioni morali, sociali e religiose del tatuaggio nell’Italia del XIX secolo, contribuendo alla comprensione dell’evoluzione del tatuaggio da pratica devozionale e identitaria a forma d’arte contemporanea. Lo studio stabilisce inoltre un quadro di riferimento per i musei di tutto il mondo che conservano materiali simili, molti dei quali sono privi di documentazione o presentano problemi di conservazione. Le ricerche future mirano ad ampliare le tecniche scientifiche utilizzate ed esplorare le fonti archivistiche per comprendere meglio chi fossero questi individui e come sia stata conservata la loro pelle tatuata.

Il gruppo di ricerca sottolinea infine l’importanza di affrontare le dimensioni etiche dello studio e dell’esposizione dei resti umani, materiali sensibili (seppur dall’elevato valore culturale e scientifico) che richiedono quindi un trattamento rispettoso.