Brexit: intervista a Diego Bravar, presidente della multinazionale Tbs Gruop

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La Gran Bretagna sarà ancora un'opportunità?

Brexit. Su Il Piccolo in edicola sabato 25 giugno 2016 l’intervista all’imprenditore Diego Bravar.

Preoccupato, spiega, al punto da dover prevedere sin d’ora uno stop all’espansione Oltremanica. Diego Bravar, fondatore e presidente di Tbs Group, azienda di ingegneria clinica e biomedicale nata a Trieste nel 1987 e oggi multinazionale quotata in Borsa, non gira intorno alle parole: «Il voto sulla Brexit è il fatto più eclatante per l’Europa dalla caduta del muro di Berlino. Ma purtroppo, stavolta, non è una buona notizia».

Tbs, 2.400 dipendenti, ne è direttamente coinvolta. Il gruppo insediato in AREA Science Park ha una forte propensione all’internazionalizzazione e attualmente opera in 20 paesi attraverso numerose controllate. Una parte non irrilevante della sua iniziativa estera, Bravar la quantifica attorno al 10%, interessa il Regno Unito. Ed è per questo che l’esito del referendum non ha lasciato indifferente l’imprenditore di Pola.

Bravar, la sua prima reazione all’uscita della Gran Bretagna dall’Ue?
Di grande preoccupazione. Dopo l’Italia quel territorio è il più importante per la nostra realtà. Non faccio fatica a definirlo un mercato fondamentale.

Quali sono le prime conseguenze negative della Brexit?
Quelle che stiamo vedendo già in queste prime ore e quelle facilmente prevedibili in prospettiva: dalla svalutazione della sterlina al venir meno delle opportunità di investimento in Inghilterra.

Ha già immaginato strategie di uscita?
Di uscita no. Ma sicuramente non proseguiremo nei processi di crescita che avevamo messo in cantiere. D’ora in avanti faremo particolare attenzione a investire ancora in quell’area.

Più in generale per l’economia dell’Ue questa svolta che effetti potrà avere?
L’Inghilterra, d’ora in poi, non sarà più un’opportunità. Non per l’economia europea come per quella mondiale. La piazza finanziaria di Londra, inevitabilmente, verrà sostituita con quella di Francoforte. Brexit è dunque un indiscutibile segnale negativo, e avrà effetti in tal senso, se non lo si affronterà nell’unico modo possibile.

Quale?
Convincere l’Ue a proseguire velocemente con l’integrazione. Allargando eventualmente la base associativa? No, si operi solo con chi c’è già costruendo finalmente gli Stati Uniti d’Europa. Il processo deve diventare irreversibile.

Impedendo in questo modo altri referendum?
Impensabile che la California, di fronte a una crisi, abbandoni gli Stati Uniti. Ecco quello che dobbiamo diventare.

Non ci si riuscisse, teme l’effetto domino?
Un’ipotesi realistica. Le stesse motivazioni che hanno portato i britannici a quel tipo di decisione sono nel pensiero di vari altri popoli. Anche se, a pagarne i maggiori danni, saranno le loro generazioni future. Perché a essere piccoli non conviene a nessuno. Come se, anziché avere una ditta da 230 milioni di consolidato, puntassi su una di 23.

Quindi pagherà di più la Gran Bretagna rispetto all’Ue che non viceversa?
Assolutamente sì. Il resto dell’Europa ha appunto la soluzione dell’integrazione.

Che colpe ha la politica in questa vicenda?
Di non aver saputo spiegare alle popolazioni che hanno avviato l’onda anti-Ue che la protesta non porta ad alcun vantaggio. La profonda Inghilterra che ha votato per l’uscita vedrà confermare le disuguaglianze esistenti e i poveri restare poveri. Non può essere una consolazione che i ricchi diventeranno solo un po’ meno ricchi. Complessivamente non c’è un valore aggiunto per nessuno. Le scorciatoie, per chi sta male, fanno stare peggio. Come accadde a suo tempo per la Jugoslavia. Gli stati di oggi non stanno meglio di quanto stavano, tutti assieme, prima.

Come valuta le dimissioni del primo ministro Cameron?
Coerenti. Del resto non era un’elezione politica, era molto di più. Il fatto storico più rilevante dalla caduta del muro. Solo che allora si trattò di un fatto in positivo mentre questo è clamorosamente in negativo.